Noi Buoni
Prosa? Ebbene sì.
Se si può definire prosa… baricchiana, forse… triste neologismo, ma mi piace l’idea.
Ma come scrivevo cinque o sei anni fa? Ecco come.
E cosa? Ecco cosa.
E’ qualcosa che ho continuato nel tempo, più o meno costantemente, ma insomma, nulla di che.
Ho lasciato correzioni qua e là, per alleggerire il tutto, rileggendolo dopo tanto tempo.
Prologo
Prologo
Il telefono suonò ma solo chi conosceva bene quel rumore poté udirlo, senza farsi ingannare dal caos generale del bar.
“Carl il telefono!”
“L’ho sentito! Ora rispondo!”
Il barista alzò la cornetta scolorita e se l’avvicinò di fretta alla guancia, pronunciando un annoiato quanto, al tempo stesso, curioso ‘Pronto?’
Dall’altra parte del filo una voce rispose.
“Sono io. Passami Victor.”
Carl si girò verso i tavoli.
“Victor è per te!”
La sua voce si fece grossa quanto bastò per farsi sentire da un uomo dalla barba non curata, che stava consumando una birra in compagnia di alcuni amici, rallegrati - oltre che dall’alcol - dalla presenza di alcune prostitute.
“Spostati, puttana!”, disse ridendo; e si avvicinò barcollando al telefono.
Mentre si avvicinava a Carl, pensava a chi diavolo poteva volerlo a quell’ora e come poteva meglio insultarlo per averlo sottratto dal suo ottavo boccale.
Ma non riusciva a pensare bene e non gli veniva in mente niente ridotto com’era, così, arrivò al telefono e, prima di prestare attenzione al barista, gridò verso il suo tavolo:
“Sam, tienimi calda anche la mia, che adesso torno!”
Un coro di risate giunse da qualche parte dietro di lui, mentre il soffitto continuava il suo ipnotico valzer etilico.
Poi si voltò verso Carl, il quale, prima di cedergli la cornetta, posò la mano sul microfono e, con un filo di voce, disse qualcosa che andò a toccare quel poco di sobrietà che era rimasto a Victor, riportandolo alla realtà giusto quell’attimo che serve aper rendersene conto.
“È George.”
Victor aggiunse solo un ‘Merda’; poi, prese la cornetta e, come un tossico che si rivolge allo spacciatore, come un codardo che viene torturato, disse solo quello che poteva chiedere come non poteva, tanto lo sapeva benissimo: o ascoltare quella risposta, o morire.
Così, Victor formulò la domanda, non perché era necessario, ma piuttosto per far capire a George che lo stava ascoltando.
E chiese: “Cosa vuoi?”.



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