Quando si accorse di stare guardando l’orologio per la seconda volta nello stesso minuto, capì di esser nervoso.
“A quest’ora dovrebbe essere arrivato…”
E’ tutto un appuntamento, la vita: l’ora e la data dell’esame scritto, della visita medica, del colloquio di lavoro, dell’arrivo di un treno.
Momenti precisi e discreti in grado di cambiare tutti gli altri che devono ancora venire, dito d’un bambino che disegna tratti imprevedibili sul palmo della nostra mano, solchi insicuri da far leggere al tempo gitano.
E poi rimangon solo due punti: l’inizio e la fine, l’asterisco e la croce, e in mezzo la vita.
Non c’è spazio per la vita, alla fine.
Ti scrivon giusto quanto sei nato per permetterti di fare il calcolo, una semplice sottrazione per capire quanto tempo ci hai messo a morire.
Il momento in cui si poggia il polpastrello del bambino sulla tua mano, come la testina di un vecchio giradischi che inizia a suonare sul vinile che danza e gira impazzito.
E la musica cresce, varia, muta, piange e sorride, fondamentalmente.
Tutti punti, appuntati sul taccuino con ulteriori tratti, meno insicuri, presi di fretta. Sì, di fretta.
Un’altra occhiata all’orologio, senza volerlo, le sei e venti sul taccuino e un punto. “6,20.”.
Dan richiuse il giornale e lo piegò in due, per poi avviarsi verso la stazione.
“Saranno già lì nei dintorni, quando arriverò…”
Perché dopo un punto ce n’è un altro e un altro ancora e in mezzo tanti altri, non puoi contarli.
E’ impossibile arrivare in orario a un appuntamento, sempre un po’ prima o un po’ dopo.
Come il rumore di un applauso, non è alternato, non è coordinato, è qualcosa a sé stante, non sono tante mani che battono insieme, è un applauso, un suono che cambia se tutti si alzano in piedi, se battono più forte, più veloce… eppure nessuno dirige l’orchestra.
E poi quando finisce l’applauso? C’e’ sempre qualcuno che continua a batter le mani un po’ dopo, da solo…
Distratta mente che cammina sulla strada senza fretta per arrivare un po’ dopo.
“Cosa ci faccio qui?”
Treni che vanno e vengono, lunghissimi segmenti di metallo disegnati sulla terra, che vanno da un punto all’altro del mondo.
Dan si riavviò i capelli guardandosi intorno, veniva poco in stazione, eppure lì si sentiva a suo agio.
Ultime chiamate, annunci di ritardi, tutto era così famigliare, eppure non lo coinvolgeva, non si curava nemmeno di quella voce annoiata, amplificata malamente.
“Ecco, il binario è questo… Sono già andati via.”
C’era qualcosa di strano, lì.
Per un attimo si soffermò a guardare oltre il marciapiede: v’erano due linee parallele, là sotto, e il treno cos’era?
“Una per andare e una per venire… E il treno è un punto, che ti segue, che ti porta via con sé, che rende continuo il discreto scorrere del tempo sull’orologio.”
Per questo un viaggio non finisce mai…
Dan guardò ancora una volta l’orologio. Era decisamente tardi, ormai.
Li avrebbe incontrati più tardi ancora, ma in anticipo a un altro appuntamento: quello di cena.

“C’è un tempo per i primi sospiri tesi insicuri,
finchè l’imbarazzo va via,
col sincronismo dei movimenti, coi gesti lenti
conosciuti solo in teoria,
come nelle favole,
fin sopra alle nuvole,
convinti che quell’istante durerà
da lì all’eternità…
Lo strano percorso
di ognuno di noi
che neanche un grande libro un grande film
potrebbero descrivere mai
per quanto è complicato
e imprevedibile
per quanto in un secondo tutto può cambiare
niente resta com’è.(…)
C’è un tempo per qualcosa sul viso, come un sorriso
che non c’era ieri e oggi c’è
sembrava ormai lontano e distante, perso per sempre,
invece è ritornato con te.”